LA MAGNA CARTA DELL’EDUCATORE
Questo documento è stato redatto dagli educatori della Cooperativa Crescere ed è considerato da tutti gli educatori lo strumento fondamentale di lavoro. Il documento è riportato nella sua versione originale e descrive la Figura del preadolescente con la quale gli educatori dei centri di aggregazione operano abitualmente e le caratteristiche e le competenze che l’educatore che opera con i preadolescenti dovrebbero possedere.
Il ragazzo preadolescente
La preadolescenza è un momento importante e influente nella vita di ogni individuo; è un momento preciso, ben circoscritto e caratterizzato da dinamiche e vissuti che le sono propri: come tale, diventa fondamentale il suo riconoscimento. E’ la fascia di età compresa tra i 10 e i 14 anni; è il momento in cui il ragazzo inizia a costruire le basi della propria identità adulta; egli vive grandi trasformazioni e profondi squilibri che non è in grado di comprendere e dominare pienamente. Quello della preadolescenza, come tappa specifica nel percorso di crescita della persona, non è un concetto affatto consolidato; forte è il rischio di accostare ad essa l’idea di “età negata”, ovvero di una età che non ha identità propria, ma è solo appendice di qualche altra fase più importante… la fine dell’infanzia o l’inizio dell’adolescenza. Ogni tappa della vita è caratterizzata da “compiti di sviluppo” tipici, legati al soddisfacimento di bisogni specifici; attraverso il loro assolvimento avviene e si snoda la crescita e la maturazione della persona. I compiti di sviluppo con cui deve “fare i conti” un preadolescente, si possono ricondurre a quattro generali aree di bisogni:
I) Bisogni del CORPO: il ragazzo rivela una esigenza profonda di riappropriarsi di un corpo che cambia e nel quale esso stesso stenta a riconoscersi. Nasce il bisogno di fare per diventare ed essere; attraverso questo fare attivo egli fa esperienza nuova di sé e del mondo.
II) Bisogni AFFETTIVO-RELAZIONALI: il preadolescente esprime una elevata vitalità emotivo - affettiva, ricerca nuovi “oggetti d’amore” e si separa a fatica da quelli antichi; sperimenta insicurezza e vive drammaticamente il bisogno di essere e sentirsi con certezza amato da qualcuno. La soddisfazione di questo bisogno conduce a modalità aggregative e a nuove socializzazioni in cui ritrovare il calore del gruppo senza trascurare le fonti certe di affetti familiari.
III) Bisogno di RICONOSCIMENTO e di CONFERMA: il preadolescente esprime una richiesta di stima, di valorizzazione, di considerazione positiva e di verifica di sé; egli chiede ai coetanei e agli adulti, una conferma della propria dignità e del proprio valore. Egli ha bisogno di essere riconosciuto come persona unica e irripetibile, con cui valga la pena relazionarsi.
IV) Bisogno di AUTONOMIA: il preadolescente ricerca l’autonomia dalle figure adulte e l’autonomia dalle sue forme infantili, rivela una esigenza nuova, quella di voler gestire in proprio, o con il gruppo, la sua crescita e il suo cambiamento.
Questo breve e sommario viaggio alla scoperta del preadolescente, ribadisce al mondo adulto e agli addetti ai lavori la delicatezza e l’importanza di questa fase della vita tanto preziosa per la crescita di ciascuna persona.
Fondamentale è non lasciare solo il ragazzo nella sua avventura; l’adulto ha la precisa responsabilità di essere presente e di accompagnare il preadolescente.
La figura dell’educatore a contatto del preadolescente
Il progetto di legge n.771 del 1996 all’ar.1 definisce così l’Educatore professionale: “L’educatore professionale è l’operatore che in base ad una specifica preparazione di carattere teorico-pratico, svolge la propria attività mediante la formulazione e la realizzazione di progetti educativi, volti a promuovere lo sviluppo equilibrato della personalità, il recupero e l’integrazione sociale di persone di diversa età condividendo con esse differenti situazioni di vita quotidiana. 2. L'educatore professionale, nell'ambito del sistema delle risorse sociali e sanitarie, svolge interventi educativi riguardanti la relazione sia istituzionalizzata sia informale, con attenzione ai diversi contesti di vita del soggetto. Gli strumenti di cui si avvale sono relativi a metodologie psico-pedagogiche e di riabilitazione sociale. Esercita, altresì, funzioni di progettazione, organizzazione e gestione nell'ambito dei servizi socio-sanitari e socio-educativi. Conduce attività di studio, ricerca e documentazione”
Senza nulla togliere a questo ampio tentativo di delinearne la figura ci vogliamo interrogare circa la possibilità di parlare dell’educatore e dell’educatrice non solo in termini di competenze, ma in tutto ciò che risiede nelle motivazioni di essere, fare e imparare il mestiere di educare. Negli anni questa visione è radicalmente cambiata poiché se all’inizio l’educatore era un sorvegliante ( fine ‘800 inizi ‘900) nel passare del tempo sempre più si è delineata la sua figura come “amico dei giovani in difficoltà” fino ad arrivare al convegno tenuto in Francia nel 1962 in cui si definisce l’educatore in quanto “tecnico delle relazioni umane”.
La nostra riflessione parte da questa ultima posizione per proporre una ipotesi di identificazione della persona dell’educatore, colui che investe sulle risorse della sua persona e su quelle di chi gli è affidato. Il punto centrale è la relazione che è il luogo e l’obiettivo di tutto il suo compito.
L’educatore è in definitiva una persona che crede nell’interrelazione come fondamento dell’io; la relazione come luogo dell’accoglienza dell’altro, luogo in cui mette in gioco tutto se stesso, relazione che non accade senza la partecipazione del tu. Da questa proposta di vedere le “origini” della scelta di educare esce la figura di un educatore/trice come persona di relazione, capace di incontrare e di stimolare la relazione nell’altro come primo e fondamentale obiettivo educativo a cui in seguito certamente devono essere aggiunti tutti i contenuti relativi al bisogno specifico del ragazzo, della persona, del gruppo.
Molti pensatori dell’ultimo secolo fanno ruotare attorno alla relazione la dimensione fondante dell’uomo, una relazione che non è nell’io ma tra l’io e il tu nel loro stare l’uno –di- fronte -all’altro con tutta la loro persona il che significa responsabilità, reciprocità, presenza. Se volgiamo subito questi pensieri verso il mestiere di educare ci sembra che alla base richiedano, prima della professionalità, la persona dell’educatore che riempirà questi tre contenuti fondamentali con competenze e professionalità.
Avere cura dell’altro, riconoscere tecnicamente i suoi bisogni essere capaci di elaborare risposte senza possedere l’accesso all’altro inteso come incontro, interrelazione sono un offrire aiuto senza offrire alcuna reciprocità. Certo si può assistere senza attendere risposta senza entrare-in-relazione, ma l’educatore almeno fin qui delineato è un uomo, una donna che fonda il suo lavoro su quello che è il suo atteggiamento di persona in cui, in questi termini, la “cura” è un effetto della relazione. Che cosa intendiamo allora per responsabilità, reciprocità e presenza.
RESPONSABILITA’: intendiamo dire che io mi sento interpellato, l’appello è rivolto a me, ora. Rispondere all’appello del concreto vissuto che mi chiama a dovere, nell’impossibilità della indifferenza. Questo diventa anche per il ragazzo la possibilità di fare esperienza di incontro con un adulto che può essere diverso.
RECIPROCITA’: presuppone la presenza di un dialogo autentico che è fatto non solo di parole, ma di ascolto e risposta, non ho a che fare con l’altro come oggetto, ma lo riconosco come persona. Non si tratta solo di accettare il ragazzo, né di omologarsi a lui per farsi accettare ma di creare le condizioni per una autentica accettazione reciproca. (Nel caso specifico dell’educatore, riteniamo che sia fondamentale che il ragazzo riconosca in lui quella che è definita la “distanza pedagogica”, cioè l’autentica esperienza dell’altro che può essere disponibile ad accoglierlo, comprenderlo ed aiutarlo con autorevolezza, senza cadere nel rischio della delega o della manipolazione.
PRESENZA: l’educatore non sta solo accanto, ma sta nella relazione sta-di-fronte al ragazzo con tutto se stesso, in quella situazione. Stare-di-fronte è rivolgersi al Volto, un volto” da stabilire in sede teorica, da rispettare in sede morale, da accarezzare in sede affettiva”(Cit. da Italo Mancini, Tornino i volti). Il volto si presenza nudo, indifeso eppure allo stesso tempo esigente, poiché la sua nudità raggiunge il suo corpo come freddo, solo, in difficoltà e la sua presenza mi chiama ad esserci. Il volto non può essere predato e là dove ve ne fosse il tentativo la relazione non è presente nella sua forma reale. L’alterità come responsabilità nella mia presenza di fronte al volto si concretizza nelle più disparate realtà del sociale, dalla relazione affettiva alla relazione di aiuto in campo educativo. E qui si colloca la presenza dell’educatore e dell’educatrice che, prima di liberare le forze creative, le possibilità del bambino del ragazzo, mira a liberare la sua possibilità di relazione e capacità di collaborazione.
Educare alla fiducia in se, non può essere disgiunto in una tale proposta dall’educare alla fiducia di vivere e fare-con. All’interno di questo breve quadro vorremmo dedicare uno spazio sulla possibilità di interrogarsi anche sul concetto di differenza/diversità come ricchezza e possibilità educativa rivolta alla presenza di educatori ed educatrici. Rivalutare, riconsiderare le differenze, le complicità, le interazioni possibili all’interno del riconoscimento di una diversità di maschio e femmina. Una possibilità di progettare e inserire gli interventi utilizzando questa diversità al di là poi della disponibilità concreta di professionisti o professioniste in uno specifico momento.
Competenze dell’educatore
L’intervento dell’educatore risponde alle caratteristiche di globalità, complessità ed integrazione. Globalità intesa in riferimento al ragazzo in tutta le sue componenti (sociali, emotive, psicologiche e morali) e quindi nei molteplici aspetti e ambiti di vita che lo vedono protagonista nel suo percorso di crescita.
Globalità intesa anche come coinvolgimento di più attori nell’azione di sostegno ed educazione; l’intervento dell’educatore deve cioè non correre il rischio dell’isolamento, ma deve poter essere espressione di una idea comune, di una cultura promozionale che sia condivisa e sostenuta da molti soggetti del territorio in cui il ragazzo vive. Oggi più che mai in questa babele di idee e verità, diventa importante poter promuovere e realizzare un progetto e una cultura comune che, più o meno direttamente, intervenga e orienti la crescita dei preadolescenti . Stando cosi le cose, l’azione dell’educatore, si manifesta in tutta la sua complessità dovendo essa intervenire contemporaneamente nello specifico della situazione di vita del ragazzo e sul territorio abitato dai suoi molteplici attori. Tentiamo ora di accennare l’essenza del ruolo dell’educatore dal punto di vista applicativo e di individuare quindi le sue funzioni. Ogni funzione corrisponde a specifiche aree di intervento; ogni area richiede formazione, preparazione e competenze specifiche che l’educatore è obbligatoriamente tenuto ad avere o ad acquisire. Si tenga presente che, ogni intervento che prevede un contatto con soggetti attivi nella vita del preadolescente, oltre al coinvolgimento e alla collaborazione, hanno anche lo scopo di raccogliere ulteriori informazioni circa il soggetto; ciò permette di delineare un quadro più completo e corretto e quindi di formulare un itinerario educativo più adeguato ed efficace.
COMPETENZA NELL’AREA RELAZIONALE: questa area riguarda sia la dimensione individuale che quella di gruppo. L’educatore riconosce nella relazione umana lo strumento privilegiato dell’educazione del preadolescente, per lo sviluppo della sua graduale autonomia. Attenzione speciale va riservata alla tutela e al sostegno di soggetti svantaggiati con l’obiettivo di una loro piena integrazione sociale.
COMPETENZA NELL’AREA AGGREGATIVA: consiste nella animazione del tempo libero attraverso laboratori, giochi strutturati, ludoteca e attività ed iniziative di vario genere. La fantasia si può sbizzarrire purché l’obiettivo rimanga sempre quello del fare esperienza, dell’esprimersi, dell’aggregazione e dello sviluppo di relazioni tra coetanei.
COMPETENZA NELL’AREA SCOLASTICA: essa si esplica attraverso una duplice azione A) sostegno scolastico finalizzato al perseguimento di obiettivi didattici, di apprendimento e di autonomia. B) contatto diretto con l’istituzione scuola attraverso l’incontro periodico con gli insegnanti per programmazioni individualizzate.
COMPETENZA NELL’AREA FAMILIARE: questa competenza consiste nella gestione ordinaria dei rapporti con le famiglie dei ragazzi affidati all’educatore. Va svolta in un ottica di dialogo e sostegno ed è lungi dal sovrapporsi ad itinerari pedagogici o psicologici tipici di altri professionisti. Il soggetto della riflessione è e rimane sempre il preadolescente.
COMPETENZE NELL’AREA TERRITORIALE: l’educatore ha a cuore il ragazzo e il suo territorio ed è capace di sperimentare azioni che portino al lavoro di rete in un ottica di coinvolgimento di tutti gli attori (istituzionali e non) presenti e interessati alla crescita de ragazzi.
Conclusioni
Obiettivo generale dell’educatore è promuovere la qualità della vita del preadolescente, promuovere cioè un benessere individuale e collettivo, tutelando i diritti dei ragazzi.
L’attenzione va rivolta alla persona nella sua complessa dimensione individuale e sociale con un’azione che ne rispetti la personalità e ne sviluppi le potenzialità evitando metodi di intervento che determinino una qualsiasi dipendenza.
Il Centro di Aggregazione, o strutture similari di accoglienza e socializzazione dei minori, è un osservatorio privilegiato del quartiere perché offre al ragazzo un accompagnamento relazionale che permetta un inserimento ed una partecipazione alla vita sociale. Lo scopo appunto è di coinvolgere la persona stessa e la sua rete sociale primaria nella ricerca e nella promozione di quel benessere psico – fisico che rende vivibile un quartiere e una città.
Gli educatori quindi dovrebbero essere i promotori di iniziative e di incontri tra le diverse agenzie educative presenti nel territorio (parrocchia, scuola, famiglia, associazioni sportive, associazioni di volontariato …) per garantire un approccio globale alla persona (un progetto comune mirato sull’individuo e sul territorio) e per ridare al quartiere la capacità e la competenza di farsi carico delle necessità e dei problemi dei ragazzi.
La disaffezione dei preadolescenti verso i valori e le regole poste dagli adulti è collegata all’esigenza di sperimentare nuovi valori, di ridefinire nuove regole, di delimitare nuovi confini, di ricercare nuovi modelli da sostituire a quelli screditati.
Gli educatori devono costruire una professionalità in senso evolutivo (saper interpretare il nuovo), costruttivo e compartecipato, cercando nuove soluzioni, intrecciando nuovi rapporti in una realtà in continuo divenire e garantendo una continuità progettuale che superi il limite del turn over delle figure educative.
Essendo sicuramente necessario uno spazio di approfondimento ulteriore dei pensieri qui appena accennati ed anche sicuramente una costruttiva critica agli stessi, riteniamo di avere comunque individuato quelle che sono per noi le linee di pensiero proponibili attorno alla figura dell’educatore.
